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Nel vasto panorama della mente umana, ci sono modi di esistere che sfidano la nostra naturale tendenza alla socialità. Immagina una persona che vive come dentro una bolla di vetro. Vede il mondo esterno, lo osserva con attenzione, ma sceglie di non toccarlo. Non per paura o per timidezza, ma per una profonda, radicata preferenza per la solitudine. Nel linguaggio della psicologia, questa condizione prende il nome di disturbo schizoide di personalità.
Per chi guarda da fuori, la persona schizoide è un mistero. Spesso viene descritta come fredda, distaccata, indifferente ai complimenti come alle critiche. Eppure, dietro questo muro di apparente apatia, si nasconde un mondo interno ricchissimo, fatto di fantasie, riflessioni e un profondo bisogno di protezione.
In questo articolo esploreremo questo disturbo attraverso la lente della psicoterapia psicodinamica. Questo approccio non si ferma a descrivere i comportamenti visibili, ma cerca di capire il significato profondo dei sintomi, andando a scavare nella storia emotiva del paziente.
Per capire questa condizione, dobbiamo prima distinguerla da altri modi di essere. Non stiamo parlando di una semplice introversione e nemmeno di fobia sociale. La persona introversa ama la solitudine ma coltiva legami affettuosi. Chi soffre di fobia sociale, invece, desidera il contatto umano ma ne è terrorizzato.
Il disturbo schizoide di personalità si colloca in un posto diverso. Secondo i manuali diagnostici come il DSM-5, la caratteristica principale è una costante modalità di distacco dalle relazioni sociali. Questo distacco si accompagna a una gamma molto limitata di espressioni emotive nelle situazioni interpersonali.
Le persone con questo disturbo tendono a:
Questo quadro, però, descrive solo la superficie. La diagnosi descrittiva ci dice cosa fa il paziente, ma non ci dice perché lo fa. È qui che l’approccio psicodinamico diventa fondamentale per fare luce sul dramma interno della persona.
La teoria psicodinamica vede questo isolamento come una strategia di difesa. Psicoanalisti storici come Ronald Fairbairn e Harry Guntrip hanno dedicato gran parte del loro lavoro a comprendere questi pazienti.
Secondo la teoria delle relazioni oggettuali, il comportamento della persona schizoide è il risultato di un conflitto interno tra il desiderio di unione e la paura di essere distrutti dall’altro.
I clinici parlano spesso del “dilemma schizoide“. Questo dilemma si può riassumere in una formula semplice:
“Se mi avvicino troppo, rischio di essere assorbito, e perdendo me stesso. Se mi allontano troppo, scompaio.”
La soluzione che il paziente trova per proteggersi è il ritiro nella fantasia. Non potendo tollerare la vicinanza emotiva la persona si rifugia in un mondo proprio fatto di pensieri, sogni a occhi aperti e interessi astratti, in cui sentirsi al sicuro.
Nessun disturbo nasce dal nulla. La nascita di una personalità schizoide deriva da un mix di fattori biologici e ambientali. Dal punto di vista costituzionale, si nota spesso un’elevata sensibilità innata agli stimoli esterni. Sono bambini che si spaventano facilmente, che faticano a tollerare i rumori forti o le luci intense.
Su questa base biologica si innestano le prime esperienze di vita con le figure di accudimento. Gli autori psicodinamici sottolineano spesso il concetto di “fallimento dell’empatia materna“. Questo non significa che i genitori siano stati necessariamente cattivi o abusanti. Spesso si tratta di madri o padri che sono stati emotivamente freddi, invadenti o, al contrario, profondamente distanti.
Immagina un neonato che esprime un bisogno, ad esempio il pianto. Se la risposta del genitore è rigida, distaccata o vissuta con fastidio, il bambino impara una lezione dolorosa: “I miei bisogni disturbano l’altro, e l’altro non è in grado di nutrirmi emotivamente”. Per sopravvivere a questa frustrazione, il piccolo attiva una difesa estrema. Decide, inconsciamente, di rinunciare a chiedere. Si dice: “Farò tutto da solo”.
Un concetto chiave per comprendere questi pazienti è la regolazione della distanza. La persona schizoide vive in uno stato di costante allerta. Ogni interazione umana richiede un calcolo preciso per stabilire quanto spazio lasciare tra sé e l’Altro.
Molti pazienti riescono a funzionare benissimo nella società. Possono essere brillanti scienziati, informatici, scrittori o artisti. In questi contesti, l’ intellettualizzazione diventa la difesa principale. Parlare di concetti astratti, di filosofia o di scienza permette di comunicare con gli altri senza dover mettere in gioco la propria intimità emotiva. È un compromesso perfetto: sono presente nel mondo, ma le mie emozioni restano al sicuro dietro lo schermo protettivo della mente.
Uno dei contributi più importanti della psicoanalisi è la scoperta della scissione all’interno dell’Io del paziente. La personalità schizoide è profondamente divisa.
Da un lato c’è il Sé visibile agli altri: un individuo autonomo, calmo, autosufficiente, che dichiara di non aver bisogno di nessuno. Dall’altro lato, nascosto in profondità, c’è un Sé segreto: un nucleo fragile, affamato di amore, pieno di paure e desideroso di essere compreso.
| Caratteristiche del Sé Visibile | Caratteristiche del Sé Segreto |
| Distacco emotivo | Grande sensibilità |
| Autosufficienza | Bisogno estremo di connessione |
| Disinteresse per le relazioni | Paura dell’abbandono e della solitudine |
| Razionalità e logica | Fantasie ricche e creative |
Questo contrasto spiega perché questi pazienti possano a volte stupire chi li circonda. Se riescono a fidarsi di una persona, possono rivelare una sensibilità artistica o una profondità emotiva inaspettata, che contrasta fortemente con la loro solita maschera di ghiaccio.
Curare il disturbo schizoide di personalità attraverso la psicoterapia è una sfida complessa ma di grande valore. Il primo ostacolo è proprio l’accesso alla terapia. Difficilmente una persona con questo funzionamento cercherà aiuto dicendo: “Sento la mancanza degli altri”. Più spesso, si rivolgerà a un professionista per sintomi secondari, come un senso di vuoto esistenziale, depressione o problemi lavorativi legati all’isolamento.
Nel setting terapeutico, il terapeuta psicodinamico sa che la relazione stessa è lo strumento di cura principale. Non si tratta di applicare tecniche standardizzate, ma di offrire una nuova esperienza relazionale.
Il lavoro clinico si sviluppa su alcuni punti cardine:
Il terapeuta non deve essere invadente. Se il professionista si mostra troppo caloroso o cerca di forzare l’intimità emotiva, il paziente si sentirà minacciato e si ritirerà ancora di più. È fondamentale accettare i silenzi del paziente e permettergli di mantenere il controllo sullo spazio terapeutico.
Il paziente usa il mondo della fantasia come rifugio. Il compito del terapeuta è quello di ascoltare queste produzioni mentali (sogni, metafore, passioni astratte) senza giudicarle, aiutando gradualmente il paziente a collegarle alle proprie emozioni reali. La fantasia diventa così un ponte per tornare alla realtà.
L’obiettivo a lungo termine è smantellare l’illusione dell’autosufficienza assoluta. Attraverso il legame sicuro con il terapeuta, il paziente sperimenta che è possibile dipendere da un altro essere umano senza per questo perdere la propria identità o essere distrutti.
Comprendere il disturbo schizoide di personalità richiede uno sforzo di empatia non indifferente. Viviamo in una società che premia l’estroversione, la condivisione continua e l’esibizione delle proprie emozioni. In questo contesto, chi sceglie il silenzio e il ritiro viene facilmente etichettato come strano o difettoso.
La prospettiva psicodinamica ci invita a guardare oltre le apparenze. Ci insegna che il distacco non è assenza di sentimento, ma una fortezza costruita per proteggere un cuore vulnerabile. Riconoscere questa sofferenza nascosta è il primo passo per aiutare queste persone a uscire, con i propri tempi, dalla loro bolla di vetro.
Dott.ssa Cristina Lo Bue
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